QUARANTESIMO PARALLELO

 

 

 

 

 

PACE ARCOBALENO
La bandiera di tutti saluta la pace. Vietata dal governo italiano, è segno di unità e di libertà. Non è una bandiera di parte o di partito. Ha il respiro dell’Europa, il coraggio dei pacifisti Usa, la sofferenza dei paesi di Africa e Asia oppressi dalla globalizzazione coloniale. Colori che noi esponiamo sul balcone del nostro Sito.

 

ONDE DI PACE
Cresce nel mondo il NO alla guerra, anzi alla BushWar. Una imponente mobilitazione in tante città del mondo, a Roma, a Baghdad, in capitali europee e in tante cittadine Usa. L’opinione pubblica cerca di far sentire la sua voce, di pesare sul giudizio dei suoi rappresentanti. Nei giorni della verità dell’ONU, dello strappo europeo. In America il consenso alla linea Bush è diminuito: l’atteggiamento plebiscitario del dopo undici settembre è entrato in crisi. Poco più del 54 per cento di americani è oggi d’accordo con la guerra. Il 56 per cento attende un sì dall’ONU. L’utopia pacifista marcia nel mondo con i suoi slogan e le sue bandiere mentre l’inviato del Papa incontra Saddam e le comunità cattoliche dell’Iraq, e Tarek Aziz si reca, per iniziativa di Padre Benjamin, a pregare nella Chiesa di San Francesco accolto dai francescani che hanno posto sull’altare il corno che fu regalato al santo dall’emiro turco. Un segno di pace che con chiarezza punta al disarmo e alla liberazione del popolo irakeno.

 

THE BUSH SHOW: STRISCIA LA SNOTIZIA
Immagini di guerra, terribili, strazianti, il volto e le parole di Bush nel discorso sullo Stato dell’Unione, il racconto di di giornalisti indipendenti come Fisk e Bernstein: un brevissimo filmato realizzato da Giulia Fossà ha fatto da cornice e presentazione al suo ultimo libro “The Bush Show” nella Libreria Feltrinelli di Roma, via del Babbuino. Tantissima gente seduta ovunque ha ascoltato le parole del segretario FNSI Paolo Serventi Longhi, del segretario della Stampa Estera Ahmad Rafat, del deputato verde Paolo Cento, del sociologo Mario Morcellini. Emozionanti i collegamenti internazionali. Gino Strada da Kabul ha sottolineato la pericolosa precarietà della situazione afgana “Ho parlato con i nostri ragazzi, le penne nere, ha detto, nessuno li aveva preparati e informati”. Il giornalista Bernstein da Berkeley, California ha annunciato una crescente attenzione e mobilitazione dell’opinione pubblica, ma ha anche denunciato le difficoltà frapposte dall’amministrazione Bush alle iniziative di pace. Il mondo americano segue, ha aggiunto Bernstein, gli sviluppi della presa di posizione franco-tedesca, guarda all’Europa per capire. Il segretario della stampa estera Rafat ispirandosi al libro ha riaffermato la propria opinione sulle difficoltà di raccontare la guerra prossima ventura. Ma ha anche denunciato il rapporto media-amministrazione Bush negli Usa: “colleziono , ha detto, le strisce televisive della Fox, ho la prova che danno la lied ai vertici statunitensi, uno strano corto circuito della pubblica opinione manipolata”. C’è una comunicazione nuova, frutto positivo della perversa globalizzazione, una rete di informazioni in grado di sostituire il vecchio e autoritario sistema verticale, ha detto Paolo Cento. Ornella Sangiovanni di “Un ponte per” in diretta da Baghdad ha raccontato la strana atmosfera della capitale irakena in queste ore. Una inquietante serenità, tante coppie irakene in viaggio di nozze nei giorni della festa del sacrificio. Giornalisti accompagnati da guide ufficiali, ma non sottoposti ad alcuna censura. E sul Tigri nel giorno delle manifestazioni per la pace, una spettacolare iniziativa di lanterne illuminate. Padre Benjamin ha messo in luce tutta la gravità delle azioni di embargo e l’importanza dell’attenzione del Papa per la salvaguardia del valore della pace, concretizzata con il viaggio di Etchegaray a Baghdad e del vicepremier Tarek Aziz a Roma e ad Assisi. Serventi Longhi ha deprecato l’inquietante situazione che caratterizza il mondo dell’informazione italiana e soprattutto il servizio pubblico radiotelevisivo. Mario Morcellini nel delineare le conclusioni ha segnalato lo spartiacque dell’undici settembre come l’inizio di una nuova fase di un giornalismo che non esprime più la sua responsabilità sul campo. Esempio significativo, secondo il docente di sociologia, il fatto che chiuse le operazioni Enduring Freedom nessun giornale nel mondo ha fatto un bilancio giornalistico storico dell’avventura afgana. Morcellini, sottolineato il contributo del libro di Giulia Fossà “The Bush Show” per un dibattito sul sistema informazione, ha lanciato un progetto di osservatorio permanente, con il contributo della FNSI.

 

ALLARME DIRITTI CIVILI
A rischio le libertà negli Stati Uniti. Un processo iniziato dopo il crollo delle Torri in modo strisciante, in particolare dopo la promulgazione del Patriot Act. Lo denuncia il Los Angeles Times in un articolo di Jack M. Balkin, docente di diritto a Yale. Un nuovo assalto alle libertà civili, secondo lo studioso, che chiama in causa il Domestic Security Enhancement Act, estensione dell’Usa Patriot Act, “preparato per mesi in segreto dal ministro della giustizia John Ashcroft”. Dal settembre 2001 – dice Balkin – il governo ha indagato in segreto su centinaia di persone rifiutando di rivelarne anche i nomi con la scusa di proteggere la loro privacy. Di fatto il provvedimento vuole privare i cittadini delle protezioni esistenti, in modo che il governo possa nascondere le proprie indagini e le motivazioni delle stesse. “E’ spaventoso, aggiunge Balkin, pensare che i nostri leader tentino di insidiare le nostre libertà civili con una cinica manipolazione dell’opinione pubblica in tempo di guerra. E sarebbe ben preoccupante, conclude, se dovessero riuscirci”. Un tema che abbiamo aperto con il piccolo contributo de La Terza Torre.

 

ALTRE GUERRE
L’attenzione del mondo è tutta sull’Iraq, il pericolo più grosso per la pace e la sopravvivenza del pianeta. Ma intanto in Afghanistan, come ci rivela Le Monde in un reportage del 10 febbraio, un anno dopo la sconfitta dei talebani non è nato un nuovo ordine civile e statuale. Sono tornati i Signori della guerra e i rischi di nuovi conflitti interni. In Africa ai confini fra Etiopia e Eritrea altri segnali di guerra. C’è una crisi alimentare in atto gravissima: si calcola che per far fronte alle emergenze occorrerebbero oltre 150 milioni di dollari. L’Etiopia sta ammassando soldati alle frontiere. In Cecenia continuano stragi e violazioni dei diritti. C’è un uso sistematico della tortura. Solo tre casi, i più emblematici, della sofferenza di un pianeta condannato alla schiavitù delle armi.

 

 

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